biografia

DSCN488102Sono pugliese del Tavoliere. La mia storia fotografica cominciò nel 1967, quando matricola di architettura comprai la mia prima fotocamera (una Yashica 12). Con essa fotografavo monumenti (per gli esami di composizione architettonica) e facevo ritratti ad amici e parenti. Poi gli anni di piombo e la mia attenzione di fotografo puntò alle manifestazioni di piazza, ai barbudos in eskimo verde militare (con sigaro Avana o Gauloises tra le labbra) ed alle squadracce mazzute con caschi e passamontagna dell’altra sponda.

Nel frattempo avevo comprato anche una Minolta 101 ed imparato a sviluppare e stampare in bianco nero.
Nello stesso tempo, però, vevo anche concluso che discutere con committenti e costruttori grassoni, anelluti e pieni di soldi quanto ignoranti, avrebbe significato per me diventare un architetto frustrato, relegato, nella migliore delle ipotesi a decidere di che colore pittare le ringhiere dei balconi.

Per cui, lasciata Architettura al 5° anno, mi iscrissi all’Accademia di Belle Arti.
Lì, alla scuola di pittura, mi ritrovai immerso in una nebbia dolciastra. Un palazzo antico, con scalinate a chicciola di marmo. Ampi saloni disseminati di gessi e cavalletti. Il discobolo di Mirone, la Venere Kallipigia, busti ed erme, ritratti e frammenti. E poi Lui, il caro maestro Domenico Spinosa, vecchio quanto vispo ed acuto. “L’arte non è la realtà - diceva spesso - ma la sua deformazione. Noi guardiamo, esploriamo, deformiamo, sovrapponiamo nella mente, ciò che ci circonda - aggiungeva immancabilmente, concludendo - quindi, fuggite da chi vi offre una visione cosidetta oggettiva del mondo; essi bluffano e congelano, perchè la loro creatività è morta e non hanno nulla da offrirvi” Concetti, che come tutta l’arte “Informale” ho fatto miei perchè corrispondenti al mio modo di essere.

Uscito dall’Accademia, fui ingaggiato come fotografo di opere d’arte per varie Soprintendenze italiane e straniere, ma aprii anche un mio studio pubblicitario, nel quale diedi fondo a tutta la mia creatività grafica e fotografica. Gli anni dell’Accademia mi avevano regalato una visione dissacrante e controcorrente della vita e dell’espressività.

 Infine il giornalismo e la la documentazione televisiva impietosa di ciò che occupa, solitamente, le pagine dei quotidiani che campano sulle brutte notizie. Questa, però, è stata ed è tuttora, la mia risorsa maggiore. Intingere l’obiettivo e poi la penna nelle case e per le strade delle periferie, per dipingere un guazzo maleodorante, è un modo di vivere che “porta fuori” dall’ordinario.
“Perchè tu e la tua famiglia vivete così?” “Non abbiamo scelta. Siamo costretti. O questo o la fame” Dove? nella sterminata, nauseante, drammatica, umana, sudata e stentata periferia di Napoli.

La fotografia? Messi da parte i banchi ottici, le Leica, le reflex digitali, le Hasselblad e le Linhof, oggi mi faccio da solo una macchina fotografica, prendendo sulla bancarella del rigattiere un vecchio corpo macchina, il soffietto di gomma di una sedia girevole ed un pezzo di vetro che assomiglia ad un obiettivo blasonato come... i tempi che corrono.

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