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La Minolta “UMARONN”
Tra le fotocamere che preferisco, c'è una Minolta modificata da me, che ho ribattezzato "Umaronn" (In dialetto napoletano significa oh Madonna mia!)
E’ un corpo Minolta XG1 + un obiettivo della seconda metà dell'800, fabbricato a Parigi dalla Pathè (Probabilmente è un obiettivo di una lanterna magica), montato su un soffietto di gomma proveniente da una sedia girevole.
Ho dovuto affrontare non pochi problemi per adattarlo al corpo macchina, calcolare il tiraggio e studiare un sistema per mettere a fuoco (si fa per dire). Alla fine ho optato per la soluzione di montare l'ottica su un supporto elastico deformabile. Questo mi permette di basculare e di decentrare, come fa l'occhio umano. Quindi non fotografo, ma muovo il “coso” e guardo, anzi, osservo ed infine scatto la foto. L’occhio umano esplora prima di focalizzare la propria attenzione su qualche particolare. La visione distorta di un obiettivo deformante è molto simile al nostro modo di osservare le cose.
La Leica “PATATERN”
Eccola qui, in tutto lo splendore del 35 mm. La Leica “Patatern” (che in dialetto napoletano significa Padreterno). Una R3 MOT con obiettivo autocostruito.
Esso è composto da una tank Paterson per lo sviluppo del Cibachrome opportunamente tagliuzzato + un tubetto di resina epossidica + 2 menischi da 3 diottrie + un diaframma di cinepresa russa a 16 lamelle con comando esterno a levetta+ un portatelaietti da duplicatore dia.
Che fa di particolare la Patatern? ci vede come uno a cui l’invalidità per cecità spetterebbe di diritto, tanto è orbo. Però... la sua estrema miopia è regolabile. Cioè, ruotando la leva del diaframma, la sua miopia aumenta e diminuisce a piacimento, fino a scomparire quasi del tutto. Più che una macchina fotografica, la Patatern è un paio di occhiali di gradazione sbagliata che fanno vedere il mondo come lo immaginiamo; senza bordi netti, senza colori corretti, con abbondante assenza di particolari, con tanta immaginazione e pochissima oggettività.
La “STRASCINAFACENN ”
una Bencini Comet 6x6 ad ottica intercambiabile!
Impossibile? Niente affatto, basta smontare tutto, armarsi di attrezzi primitivi quanto semplici: martello, seghetto per metallo, forbici, resina epoxy e cacciavite e niente è irragiungibile.
L’obiettivo montato in foto è un obiettivo f:11 proveniente da un vecchissimo diaproiettore “La Scuola” di Brescia. Uno di quei ferrivecchi che ci hanno introdotti nell’era della multimedialità, quando i presidi delle medie annunciavano tronfi al corpo docente “Con questo strumento si apre una nuova era, nella quale gli scolari potranno vedere in aula le meraviglie del mondo”.
P.S. A Napoli, lo “strascinafacenn” è un poveraccio (solitamente fannullone) che per campare svolge (molto raramente) lavori occasionali giusto quando non ne può fare a meno.
La “CAPERA”
Corpo macchina Agfa a rullo 120, mirino esterno a lente d’ingrandimento ribaltabile, obiettivo Bencini ad una sola lente (che assomiglia terribilmente ad un bottone di cappotto).
Il nome di questa fotocamera assemblata trae origine da un personaggio napoletano davvero tipico quanto poco conosciuto, la Capera. Chi era costei? Una donna che per vivere si recava a domicilio, dalle altre donne del quartiere per pettinarle, cioè per rifare loro la “capa” (la testa). Durante questo lavoro che era lungo e monotono, la Capera si intratteneva con la sua cliente in amabili lunghe chiacchierate, durante le quali apprendeva e forniva pettegolezzi sui notabili del vicolo.
Questa fotocamera a cassetta, come il lavoro della Capera, costringe ad una lunga e monotona preparazione prima di poter scattare un fotogramma, data la macchinosità dell’insieme.
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